Data 14/03/2012

Lingua e Diritto. Francesco Sabatini a Trento: ''Semplificare è sbagliato''

Francesco Sabatini ha elogiato il master in "Lingua e Diritto" che partirà a novembre.
Corriere del Trentino

di Gabriella Brugnara 

“Esiste una ricezione del paesaggio attraverso l'orecchio, un paesaggio ricevuto in forma musicale” che trova espressione nella lingua, afferma Thomas Mann nel saggio Lubecca come forma di vita spirituale. Nella sua riflessione, quindi, la lingua rappresenta il paesaggio sonoro in cui siamo immersi. Nel presente, da più parti e sempre più spesso, voci autorevoli sottolineano le note stonate che deturpano il paesaggio dell'idioma di Dante: neologismi, anglicismi, scrittura brachilogica, strumenti giovanili della comunicazione di massa, tutto viene allegramente mescolato in una lingua macedonia.

Per questo è già iniziato il tempo dell'indifferlilità di guardare alla lingua come a un bene da tutelare non meno di quanto lo siano le Dolomiti, un dipinto di Caravaggio, una testa di Modigliani.

In tale linea si pone il master in Lingua e Diritto che verrà realizzato da tsm-Trentino School of Management in collaborazione con le Facoltà di Giurisprudenza e di Lettere e Filosofia dell'Università di Trento, per la cura, fra gli altri, di Roberto Toniatti e Stefania Cavagnoli Si tratta di un progetto che intende offrire una formazione specifica e professionalizzante nel settore della linguistica e della traduzione giuridica, con l'obiettivo di formare giuristi –linguisti, professionisti nell'ambito della comunicazione specialistica giuridica.

La compresenza di elementi linguistici e di elementi giuridici rappresenta un punto di forza e di innovazione del master che partirà a novembre e si concluderà nel giugno 2013. Al professor Francesco Sabatini, presidente onorario dell'Accademia della Crusca, abbiamo chiesto degli approfondimenti.

Perché è importante formare giuristi e linguisti nell'ambito del linguaggio giuridico e della traduzione giuridica?
«Con la realtà dell'Unione europea, l’incontro di lingue e di sistemi giuridici diversi ha determinato delle situazioni di quasi incomprensione. Questa situazione è grave se gli esperti di diritto non si rendono conto che il diritto passa attraverso la lingua. Il professionista nell'ambito della legge deve avere competenza linguistica di tipo elevato, e purtroppo la scuola italiana come struttura di base produce risultati scarsi per tutti. E’ necessario migliorare tale situazione per accrescere le competenze linguistiche di tutto il Paese. Per i giuristi è indispensabile un'attenzione particolare al linguaggio per riempire prima di tutto i vuoti lasciati dalla scuola, e quindi per acquisire un linguaggio più specifico. Un’iniziativa come questa trentina, unitamente a un'altra che verrà attuata a Firenze in collaborazione con la Crusca, sono due proposte pilota, antesignane, da salutare con estremo interesse apprezzamento».

II master si compone di un modulo in cui i giuristi studiano linguistica e i linguisti studiano gli elementi fondamentali del diritto. La seconda fase prevede la messa in comune di competenze molto diverse. Che ne pensa di tale organizzazione?
«La seconda parte è fondamentale perché nessun esperto dei due campi può lavorare da solo. Il diritto è fatto di lingua, il linguista che muove dal fronte della lingua deve entrare in collaborazione con il giurista per spendere questa competenza. Le due figure devono fondersi per esaminare le cose da diversi punti di vista. E qui torno al problema della scuola. Continuo a sollecitare la partecipazione, per dovere civico, di professionisti nell'ambito della scuola altrimenti ci troviamo sempre di fronte a operazioni di vertice, e invece deve essere migliorata la piattaforma. Anche la tanta lodata semplificazione in molti casi si è trasformata in un’illusione perché ha finito per introdurre errori anche più gravi. Certe materie complesse richiedono termini tecnici, concetti particolari».

Abbiamo una lingua ricchissima che viene sostituita da anglismi anche nei luoghi delle istituzioni. Dobbiamo considerare tutto questo un dato senza ritorno?
«Bisogna riflettere prima di arrendersi ciecamente. Rendersi conto che ci sono tante novità concettuali che arrivano da vari Paesi: noi non possiamo ignorarle, ma si tratta di termini che solo in minima parte sono intraducibili. Spesso sono pigrizia e snobismo a farci parlare, ad esempio, di mission o di performance. Se usiamo tali parole, che si mettano almeno in corsivo per dire che si tratta di un oggetto estraneo. Per questo si viene a volte giudicati nazionalisti, puristi. Si esagera, perché la lingua è un bene comune che deve servire la comunità, composta di strati diversi. L'introduzione di termini stranieri si trasforma in un uso della lingua che discrimina».

Che cosa ne pensa della proposta di legge di istituire un Consiglio superiore della lingua da incardinare nella Presidenza del Consiglio dei Ministri?
«Un Consiglio superiore della lingua composto di ministri che devono concertarsi e scelgono dall'alto ignorando la voce dello schieramento scientifico nasce male. Un "ufficio" dello Stato che guidi nelle materie linguistiche è necessario, ma è diverso da un organismo che intervenga direttamente sugli usi della lingua. Ciò è accaduto in epoca fascista e non si deve ripetere: il Consiglio deve essere guidato da esperti linguistici e da un solo ministro».