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Economia del turismo e marketing territoriale
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Data di pubblicazione

25 Novembre 2025

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Il senso di colpa di essere turista e non viaggiatrice

Avevo circa vent’anni quando la mia migliore amica, con una battuta disarmante, mi riportò bruscamente alla realtà. Stavamo per imbarcarci su un volo low cost da 9,99 euro, destinazione qualsiasi in Europa. Io mi sentivo un’esploratrice, con l’agenda piena di viaggi programmati e la sicurezza che bastasse seguire qualche blog o influencer per “vivere il mondo”. Lei sorrise e disse: «Carlotta, ma noi siamo delle turiste, viaggiare è un’altra cosa».

Da allora quella frase non mi ha mai abbandonata. Perché, dietro ogni mia partenza, si è insinuato un dubbio: che il mio entusiasmo da turista bianca europea non fosse innocente, ma impregnato di un privilegio che porta con sé disuguaglianze.

Questa tensione ha trovato parole nitide in un ragionamento di Rohit P. diventato virale: la narrativa del “ho vissuto un mese nel Sud globale con 800 dollari”. Il racconto è seducente — frugalità, libertà, minimalismo — ma sotto la superficie c’è un doppio standard. Ciò che per il viaggiatore occidentale è “avventura” (capanna di bambù, pasti a un euro, spostamenti lenti) per chi vive lì è spesso necessità economica. Noi possiamo sempre tornare a casa; chi abita questi luoghi non ha un altrove di riserva. E il punto non è se viaggiare low cost sia lecito, ma riconoscere che il “costo basso” non nasce nel vuoto: poggia su differenze di reddito, potere d’acquisto, tutele del lavoro, forza del passaporto.

La ricerca economica aiuta a mettere a fuoco questa ambivalenza. Il turismo è una leva di crescita, certo, ma non distribuisce automaticamente i suoi benefici. Studi comparativi mostrano che l’effetto del turismo sulle disuguaglianze dipende dal contesto: laddove servizi pubblici e politiche redistributive sono deboli, l’indotto si concentra nelle mani di pochi attori forti, mentre i lavoratori locali restano in impieghi stagionali e poco pagati. Al contrario, nei Paesi con sistemi fiscali e istituzioni capaci di riequilibrare, la stessa spinta turistica può alleggerire le disuguaglianze. In altre parole: non è “quanto turismo” ma “che qualità di istituzioni” a determinare se la ricchezza che entra resti nelle comunità o evapori lungo filiere esterne (Wang, Y., & Tziamalis, A., 2023).

C’è poi un secondo interruttore, spesso invisibile nel dibattito pubblico: l’accesso alla finanza. Se microimprese e lavoratori non hanno credito, assicurazioni, strumenti per investire e formarsi, l’onda lunga del turismo li sfiora senza sollevarli. Un ristorante familiare può riempirsi grazie ai post su TikTok, ma senza capitale resta inchiodato a margini risicati, contratti informali, ricavi volatili. La stessa crescita che riempie le strade di locali “instagrammabili” può tradursi, per chi serve ai tavoli, in orari variabili, affitti più alti e salari che non tengono il passo. La stagione, poi, ha una memoria crudele: quando finisce, finisce per chi non ha cuscinetti.

A questa infrastruttura materiale si somma una grammatica simbolica, che orienta il modo in cui raccontiamo i viaggi. Élise Ramo-Mauceri, nel blog di Catalyst McGill, osserva il fenomeno del backpacking con occhi critici: la “libertà di vagabondare” zaino in spalla, da cui il nome di questo modo di viaggiare, non è un universale umano, è una possibilità selettiva. Dipende da passaporti che aprono frontiere, da visti ottenuti senza incubi burocratici, da assicurazioni, risparmi, genitori pronti a coprire un imprevisto, datori di lavoro che concedono ferie e rientri morbidi. Molti dei giovani che incontriamo lungo i percorsi “economici” del turismo internazionale si muovono dentro queste reti di sicurezza. Non è un peccato: è un dato. Ma finché questa cornice resta implicita, il racconto rischia di romanticizzare la povertà altrui come “autenticità” e la nostra riduzione di spesa come “minimalismo”.

Il paradosso si vede bene in una scena tipica: noi celebriamo la “scoperta” del mercato dove si mangia a due euro, l’ostello con camerate da dieci letti, il mototaxi che costa “come un caffè”. Per chi lavora tra quei banchi, rifà quei letti, guida quel mototaxi, quei due euro sono margini compressi da una catena di tariffe al ribasso, affitti in crescita, assenza di protezioni. La nostra esperienza si chiude con una foto e una recensione; la loro continua il giorno dopo, uguale, precaria. Eppure nelle nostre didascalie le condizioni di lavoro non entrano quasi mai. Entra il prezzo, non entra il costo.

E allora che farne del senso di colpa? Né annacquarlo con scuse (“tanto vado dove spendono tutti poco”), né trasformarlo in paralisi moralista. Può diventare una bussola concreta. Cominciamo dalla scelta: decidere fin dall’inizio dove andare, interrogandosi sul contesto. Arrivarci preparati significa orientarsi già nella fase di progettazione del viaggio, quando ancora si sfogliano mappe e si immaginano itinerari: è lì che si compiono le prime scelte, quelle che danno direzione al resto dell’esperienza. Proseguiamo col linguaggio: smettiamo di vantare quanto poco abbiamo speso. Raccontiamo, invece, chi ci ha guadagnato insieme a noi. Se un alloggio paga salari dignitosi e contratti regolari, quello è un valore da mettere in primo piano quanto la vista dalla terrazza. Se un tour è gestito da una cooperativa locale con guide del posto, diciamolo: è notizia, non dettaglio.

Poi, le scelte: evitare l’ossessione del “più economico” come criterio assoluto; pagare prezzi che riflettano il lavoro; privilegiare imprese locali con pratiche trasparenti; chiedere — davvero — come vanno le cose a chi ci serve al ristorante o ci accompagna in gita; lasciare mance che tengano conto del potere d’acquisto, non del cambio favorevole; informarsi sulle regole del luogo, sulle pressioni abitative prodotte dagli affitti brevi, sugli equilibri culturali che un nostro comportamento superficiale può incrinare. Non salveremo il mondo con un caffè pagato il doppio, ma possiamo smettere di alimentare la logica del “tutto a niente”.

Infine, la narrazione. Se la forza del turismo è anche mediatica, spetta a chi racconta i viaggi — giornali, creator, fotografi, noi stessi — spostare l’obiettivo. Meno “hack” per spendere meno; più storie che rendano visibili lavoratori e imprenditori locali, che spieghino come si costruisce un prezzo equo, che mostrino cosa cambia quando l’accesso al credito migliora, quando le istituzioni funzionano. La responsabilità non è un pedaggio che toglie gioia: è la condizione per far sì che la gioia non pesi su spalle già fragili.

Forse la sfida per i viaggiatori europei, come me, non è più collezionare destinazioni, ma imparare ad abitare il senso di colpa come bussola critica. Viaggiare, allora, diventa non l’arte di spendere poco, ma l’impegno a restituire qualcosa.

Bibliografia

Ramo-Mauceri, É. (2025). The Inequalities of Backpacking: Who Really Gets to Wander? Catalyst McGill.

Rohit P. (2024). Post su LinkedIn: How I lived in [Global South country] for a month on just $800.

Wang, Y., & Tziamalis, A. (2023). International tourism and income inequality: The role of economic and financial development. Tourism Economics, 29(7), 1836–1864.

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