Data 07/11/2017

A 50 anni dal Pup Politica-urbanisti, dialogo necessario

L'Adige

«Uno strumento perfetto può essere costruito con utilità solo se si trovano persone capaci di utilizzarlo correttamente. Nel caso del piano urbanistico provinciale - considerato come uno strumento perfetto - le persone capaci di usarlo dovrete essere voi, perché a voi sarà affidato il piano per implementarlo nel tempo. Ma solo se sarete convinti che questo strumento urbanistico sia veramente capace di agire nel senso giusto, lo userete in maniera profittevole, senza cercare di cambiarlo. Perché il Pup è un progetto che dobbiamo costruire assieme». Con queste parole l'urbanista Giuseppe Samonà affidava agli architetti trentini appositamente riunitisi in assemblea per ascoltare linee programmatiche del Piano urbanistico provinciale - la responsabilità di mettere in atto le intuizioni contenute in quella prima esperienza di pianificazione su area vasta. 

Era il 1962 e il presidente della Provincia autonoma di Trento, Bruno Kessler, aveva da poco affidato a Samonà il compito d'immaginare lo sviluppo della nostra provincia attraverso un piano urbanistico. E una delle prime cose che volle fare Samonà fu quella di incontrare i progettisti locali dai quali era convinto di poter avere «un cruciale aiuto su questioni particolari» sulle quali i progettisti trentini potevano offrire «una cognizione molto maggiore» di chi, come lui, proveniva da un contesto culturale e territoriale molto diversi. Domani 8 novembre, nel pomeriggio e presso la Sala delle Marangonerie del Castello del Buonconsiglio, l'Ordine degli architetti, in collaborazione con l'assessorato all'urbanistica della Provincia autonoma di Trento e con l'Istituto nazionale di urbanistica, ha organizzato un seminario per riflettere sul ruolo del sapere tecnico all'interno dell'attivazione degli strumenti urbanistici, con particolare attenzione al contributo che i professionisti operanti sul territorio possono dare nella configurazione di linee di sviluppo urbanistico stabilite a scala territoriale. Un incontro destinato ai tecnici ma aperto a tutta la cittadinanza, che sarà l'occasione anche per riflettere - dando la parola direttamente ai protagonisti - sulle altre due edizioni del Piano urbanistico provinciale, licenziate rispettivamente nel 1987 e nel 2008. A distanza di cinquant'anni dalla sua approvazione, l'esperienza urbanistica del Pup del Trentino appare emblematica da molti punti di vista: per la sua originalità disciplinare, per la sua attuazione su un territorio economicamente molto arretrato, per la sua modalità d'implementazione e per la una particolare configurazione strategica, caratterizzata da una grande carica utopica. Se il Trentino di oggi è riuscito ad emanciparsi da quello stato di marginalità in cui versava fino a metà degli anni Sessanta lo si deve anche all'implementazione di quello strumento urbanistico che ha saputo avviare processi di sviluppo territoriale, nel turismo, nell'economia locale, nell'industria e nel sistema sociale. La carica utopica con la quale i progettisti del Piano urbanistico provinciale del 1967 disegnarono il Trentino del futuro, è sicuramente uno degli elementi più interessanti di quell'esperienza di pianificazione. Leonardo Benevolo aveva definito quel piano «un'utopia tecnicamente fondata», per sottolineare l'audacia di alcune scelte progettuali, che tuttavia affondavano su solide basi scientifiche, grazie all'utilizzo, con molto anticipo sui tempi, di studi statistici e proiezioni economiche. Un'utopia che certo non è passata invano: anche se alcune delle scelte di quel piano non sono state poi attuate, superate dall'incalzare dei tempi, quel cuore buttato oltre l'ostacolo ha permesso il trentino di diventare un piccolo polo industriale e di crescere molto dal punto di vista turistico, evitando così lo spopolamento delle valli e la depressione economica che ha invece interessato molte aree interne italiane, geograficamente molto simili alla nostra. La storia urbanistica del trentino non è naturalmente terminata con l'approvazione di quel piano nell'estate di cinquant'anni fa. Tutt'altro: quell'esperienza di pianificazione, allora molto d'avanguardia, ha trasformato il trentino in una sorta di laboratorio di urbanistica dove sperimentare e mettere in atto strumenti di sviluppo capaci di essere sintesi delle istanze di una determinata fase storica. E stato così per l'edizione del 1987 del piano, firmata da Franco Mancuso, capace di raccogliere nel piano le nuove sensibilità ambientali maturate negli anni Ottanta. Ed è stato così anche per la variante del 2008 che inserisce nello strumento urbanistico temi importanti come quello della partecipazione e della sussidiarietà responsabile. A distanza di cinquant'anni, una delle lezioni che possiamo trarre da quell'esperienza e che può essere utile per il prosieguo della storia urbanistica della nostra provincia è legata essenzialmente al metodo: il Pup del 1967 ha avuto fortuna perché la politica era caratterizzata da una visione chiara del futuro, e perché la disciplina ha saputo fornire un apporto serio ed efficace. E proprio grazie a questa capacità di dialogo tra l'amministrazione e l'urbanistica che sarà possibile ripetere, anche in futuro, esperienze di successo, direttamente focalizzate alle nuove urgenze del nostro tempo: dalla rigenerazione urbana alla questione energetica, dal tema della mobilità a quello della partecipazione. E anche in questi casi dovremmo avere la capacità di essere razionalmente utopici, per immaginare i contorni di quello che, già da domani, saremo chiamati a diventare. Susanna Serafini Presidente dell'Ordine degli architetti della provincia di Trento.