tsmNewsletter 03: Management del turismo

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Ottobre 2008

Quale turismo dopo lo tsunami

di Duccio Canestrini

Governi e tour operator si affannano a rassicurarci che nel Sudest asiatico tutto, o quasi tutto, è tornato normale. All'insegna di una curiosità francamente un po' morbosa sono già nati gli "Tsunami tour", vale a dire viaggi organizzati sui luoghi spazzati dall'onda (con gadget, T-shirt ispirate al "ground zero tropicale", Dvd artigianali, ecc). La macchina della ricostruzione dei resort turistici si è decisamente avviata. Con le relative tangenti: in Thailandia, per esempio, alla mafia russa che controlla l'edificato in zona spiaggia. La ricostruzione dopo il maremoto ora è il vero problema. Perché è proprio il ritorno alla normalità che bisogna temere.

"Gli adoratori del sole dimenticano in fretta", titolava amaro il quotidiano inglese Daily Mail, in un reportage di Capodanno da Phuket, in Thailandia. Le fotografie degli irriducibili, qualcuno li ha chiamati cinici, turisti di inizio 2005, in costume da bagno sulle spiagge thailandesi tra i soccorritori con guanti e mascherina sanitaria, hanno fatto il giro del mondo. Solo una questione di gusto? Forse qualcosa di più. Mai come in questa circostanza, purtroppo catastrofica, ci si è accorti di quanto sia urgente - per una parte del mondo sviluppato secondo il modello capitalistico avanzato - staccare la spina. Evadere. Riposare per ricaricarsi. Rompere la routine e all'occasione trasgredire (Phuket è anche la cuccagna del turismo sessuale). Mai come questa volta un cataclisma che ha colpito il Terzo Mondo ha coinvolto anche noi, benestanti cronicamente alla ricerca di un posto al sole.

Il maremoto di fine 2004 ha reso evidenti problemi pregressi e non ancora risolti. Sicuramente quello della mancanza di sistemi d'allarme è stato il maggiore. Ha detto bene l'economista americano Jeremy Rifkin: "La sveglia è suonata per tutti. Siamo abituati a pensare che tutto il mondo sia connesso, questa tragedia ci ha ricordato che non è così". O, piuttosto, che la globalizzazione, pur generando mescolanza e interessanti versioni "dialettali", conserva una sua fondamentale direzione: c'è chi la determina e chi la subisce. Chi ci guadagna e chi ci perde. In questo caso ci ha perso quella fetta di umanità che non ha potuto trarre giovamento da sistemi d'allarme normalmente impiegati nel mondo sviluppato. Ma anche il taglio sistematico delle mangrovie e della casuarina, per esempio in Andhra Pradesh, sulla costa orientale dell'India, non è stata una buona idea. Decine di chilometri di costa, un tempo protetta da quelle piante che costituivano una formidabile barriera naturale, hanno fatto posto a grandi colture di gamberetti destinati a hotel e ristoranti. Né la soluzione, oggi, sembra essere quella di una maggiore cementificazione delle strutture ricettive. Casomai, nel loro allontanamento dal litorale!

Poche voci si sono levate (ma non è mancata quella dell'organizzazione londinese Tourism Concern) per ragionare sulla storia del turismo e per discutere del modello di sviluppo turistico di quelle aree. Il turismo internazionale, sostituendosi ad altre economie tradizionali, da tempo ha innescato anche nuovi bisogni. Non si fa fatica a credere a chi scongiura di tornare in quei luoghi: certo che il turismo dovrà tornare. Ma quale turisnmo? E chi, in particolare, ne ha avuto e ne avrà bisogno? Che siano il governo indiano o maldiviano a dare le corrette informazioni sullo stato delle infrastrutture dopo il disastro, va bene. Che siano invece i nostri operatori turistici e le agenzie di viaggio a rassicurarci, esortandoci a ripartire quanto prima, ansiosi come sono di riprendere a lavorare, è tutt'altra cosa. Soprattutto quando costoro si propongono come benefattori di un'umanità che senza il loro operato sarebbe ridotta alla miseria. Ecco, si fa un po' fatica a digerire le lamentazioni dei tour operator che ora si atteggiano a filantropi. Lo sappiamo che l'onda è passata, che le aree rese impraticabili dal maremoto sono circoscritte, che altre località sono rimaste immuni e sono pronte ad accogliere i turisti, che la ricostruzione è e sarà velocissima... Ma, ahinoi, un po' di desolazione e di sconcerto rimangono. E con essi prende piede una riflessione sul turismo esotico e sul nostro immaginario esotista, vale a dire sui paradisi delle vacanze molto spesso incastonati in luoghi di degrado.

Forse occorre ricordare che il turismo nel Sudest asiatico ha un'origine militare e coloniale. Che in Indocina le piste d'atterraggio per gli aerei, i grandi hotel, i locali notturni e i villaggi turistici nascono con e dopo la guerra del Vietnam. Occorre riconoscere che in gran parte del mondo in via di sviluppo, il turismo internazionale è cresciuto come un'industria neocoloniale, sfruttando le nuove materie prime (sole, mare, clima) di paesi poveri e per giunta indebitati. Occorre notare che l'impatto ambientale del turismo è forte e si manifesta su diversi piani: inquinamento, scempio paesaggistico, rifiuti, danni alle barriere coralline, enormi consumi d'acqua dove l'acqua è preziosa (in India con l'acqua necessaria a un campo di golf campa un villaggio di settemila persone). Anche dal punto di vista sociale, sanitario e culturale - a giudicare dalla diffusione di prostituzione, microcriminalità, eroina e aids - l'impatto è stato da tempo ricononosciuto dall'Agenzia per lo sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP). E i benefici economici? E l'indotto? Diverse stime quantificano la percentuale dei proventi del turismo internazionale che rimane alle comunità ospitanti. E' quasi sempre bassa, perché il ricavato rientra nelle tasche degli investitori stranieri. Certo, si creano posti di lavoro, ma subordinati, mansioni di basso livello. Uno stuolo di camerieri, giardinieri e donne delle pulizie, con qualche posto impiegatizio. E' sviluppo questo? I pescatori dei Caraibi e gli Sherpa nepalesi, prima che arrivasse il turismo, stavano a girare i polllici? O si erano estinti per mancanza di risorse? Evidentemente no.

A questo punto è chiaro che il problema non è andare o non andare, o andare dove l'onda non ha ucciso. Il problema è come andarci a quel paese (o a quello limitrofo, non importa) interrogandoci sul modo di fare turismo, sulla sua storia, sulla sua organizzazione, sulla sua equità. Greg Noale ha pubblicato un pezzo sull'Independent inglese intitolato Guida alle vacanze senza colpa. Dice: "Scegli con cura la destinazione e il tour operator: qual è il suo profilo etico? Le sue strutture ricettive rispettano l'ambiente? E quanto denaro rimane alla gente del posto?". Il problema è dunque fare un turismo giusto. Che cosa vuol dire fare un turismo giusto in paesi che sono considerati in via di sviluppo? E' semplice, vuol dire creare sviluppo. E su che cosa ciò significhi in concreto non servono dubbi "filosofici", né ci sono scuse: scuole, ospedali efficienti per tutti (non solo per noi turisti) e liberazione dalla povertà.

La crescita del turismo internazionale è una faccenda che sarebbe ora di traghettare da una mera logica di business a una logica anche di sviluppo globale. Il turismo può andare benissimo, se l'innovazione che porta è armoniosa ed equilibrata. Per contro può essere nefando se il suo impatto risulta destrutturante. Una comunità o un Paese che dipendano interamente dal turismo, sono a rischio. Facendo le corna, come si suol dire, altre onde possono sopraggiungere, scoraggiando le partenze: onde epidemiche e onde di guerra, com'era già accaduto nello Sri Lanka, devastato da una guerra religiosa, etnica e civile che ha azzerato il turismo per decenni. Come ha dichiarato Maurizio Davolio dell'Associazione italiana turismo responsabile: "Il turismo può costituire una grande opportunità per lo sviluppo economico di un paese, di una località, ma chi governa lo sviluppo economico non deve arrivare a dipendere totalmente dal turismo che, come abbiamo visto in tante circostanze anche molto meno tragiche, è estremamente fragile, sottoposto a rischi continui fuori dal controllo umano".

In conclusione:

  1. Il turismo non è una panacea. Può portare benessere, a patto che sia rispettoso e giusto e che il denaro rimanga nelle tasche della (povera) gente del luogo, piuttosto che in quelle di spregiudicati mediatori, indigeni o forestieri che siano.
  2. Prima di esortare noi clienti a comprare i loro pacchetti viaggio, i tour operator siano trasparenti nel loro operato, elaborino una responsabilità d'impresa, promuovano un turismo ambientalmente e socialmente sostenibile, contribuiscano allo sviluppo.
  3. E' auspicabile che il turismo internazionale sia sempre più motivato e sempre meno "vacanza", non perché nella vacanza vi sia qualche cosa che non va, ne abbiamo tutti bisogno, ma fare vacanza in oasi di lusso circondate dalla miseria (sotto dittatura come in Birmania, o in assenza di democrazia come alle Maldive) forse non è una bella idea.
  4. Dopo lo tsunami: sarebbe interessante che le comunità locali avessero la possibilità di governare la ricostruzione, nella promozione di un turismo sostenibile, basato sull'ospitalità di villaggio. Perché - in quanto abitanti di luoghi veri, e non soltanto di destinazioni - possano essere protagonisti della rigenerazione e del ripensamento della loro capacità di ospitare.