Data 06/09/2017

Serve una nuova urbanistica che superi l'omologazione

Il Trentino

De Rossi: «Una volta ci si preoccupava solo di creare parcheggi per le auto»

Le forme dell'architettura rischiano sempre di essere ambigue e creare squilibri». Ipse dixit Antonio De Rossi ordinario di progettazione architettonica e urbana e direttore dell'Istituto di architettura Montana presso il Politecnico di Torino, ed "ipse fuit", diciamo noi. Sarebbe a dire che l'architettura di montagna contemporanea scompaginando gli schemi del "rustico internazionale" asseverato ormai come modalità semplice di camuflage architettonica che per decenni ha messo tutti d'accordo, non gode spesso di una accoglienza calorosa. Al contempo però sa guardare oltre, concentrandosi su quel "ensemble architettonico" che spesso le popolazioni locali non percepiscono, o comunque percepiscono in modo frammentario. Sull' onda di queste provocazioni e di questi stimoli, è nato a Madonna di Campiglio un primo evento con uno sguardo di insieme alla configurazione urbanistica di una stazione sciistica di livello internazionale.

A tenere a battesimo il "Campiglio Dolomiti Architecture Workshop", appunto Antonio De Rossi, oltre ad altri urbanisti di fama internazionale come Armando Ruinelli, e tutta l'intellighenzia architettonica trentina che va da Marco Piccolroaz, presidente del Circolo trentino per l' architettura Contemporanea, a STEP (Scuola per il governo del territorio e del paesaggio). Una settimana durante la quale 6 giovani architetti provenienti da tutta Italia hanno provato a ridisegnare pezzi di un contesto urbanistico, scoprendo alcuni elementi di discontinuità rispetto al passato e seguendo un master plan preliminare frutto di un breve escursus storico e socio economico. Abbiamo intervistato uno degli studiosi più attesi, Antonio De Rossi. È la prima volta che una stazione turistica prova a farsi guardare dal di fuori, mettendosi per un certo verso a nudo? «È stato un primo approccio di una ricerca sul campo in tema di architettura di montagna molto interessante e molto stimolante. Gli architetti hanno svolto un lavoro di gruppo che non va interpretato come un progetto urbanistico pre confezionato ma come uno sguardo più alto e più complesso, declinabile adottando materiali e stili architettonici che prendano ispirazione (rivisitandola) dalla storia locale». Come sta evolvendo in generale dal suo punto di osservazione l'architettura di montagna? «Le stazioni sciistiche come Campiglio non hanno mai avuto progetti strutturati di trasformazione dello spazio. Il periodo modernista di Lecorbusiana memoria (dagli anni '60 fino alla fine degli anni '90) crea oggetti che nascono sulle piste, mentre gli spazi comuni non interessano a nessuno. Si arriva con la macchina, la si posteggia velocemente dove è possibile farlo e si sale velocemente in quota. E la pianificazione territoriale insegue parossisticamente questa tendenza».

Un fenomeno sancito dal boom economico che ha fatto esplodere lo sci come sport di massa? «In un primo momento sì. Se pensiamo alle stazioni invernali della Belle Epoque, ad esempio a Merano con le promenade, gli spazi aperti e verdi come elementi del paesaggio connessi fra loro, vediamo uno gap molto forte. All' inizio degli anni '90 però questo modello entra in crisi, prima le auto erano al centro delle cose, ora vogliamo nasconderle. Così nasce in tutte le Alpi il rustico internazionale, accettato da tutti, una modalità semplice per creare atmosfera, che si espande dall' hotellerie alle villette, uno strumento tattico per dare espansione "figurativamente sostenibile", ma che ha impresso una innegabile omologazione dei luoghi». Su quali criteri dovrebbe incentrarsi l’architettura di montagna contemporanea? Ed esiste un criterio valido per tutto l'arco alpino? «Possiamo dire in generale che le stazioni sciistiche non hanno risolto il problema delle connessioni e della apertura degli spazi comuni. Lo sviluppo urbanistico si è incrementato per frammenti architettonici, senza badare al suolo delle stazioni. Ovunque ci sono tentativi di riqualificazione con la creazione di strutture di moda: come i centri benessere, mentre nessuno pensa ad una riqualificazione degli spazi aprendoli verso le aree verdi, valorizzando i percorsi fluviali, le "promenade" di collegamento tra le aree a nord e a sud dei villaggi, inserendo le stazioni di partenza degli impianti che partono dall'abitato come elementi di un tutto paesaggistico organico». I gusti le tendenze dei frequentatori della montagna stanno cambiando secondo lei? «Esistono must di nicchia e di tendenza come Valle Maira nel cuneese, meta di un turismo culturalmente esigente, sono territori turistici non specializzati.

Ci si cala in un ambiente autentico, dove la montagna non ha subito infrastruttrazioni, la vita dei villaggi è scandita di ritmi della natura, dell'operato dell'uomo ed il paesaggio è rimasto integro. È un tipo di turismo che si muove in base a canoni e dettami precisi, in cerca di sostenibilità, integrità dell'ambiente, consuetudini e tradizioni antiche che si perpetuano da secoli, con o senza turismo».