Data 09/07/2018

Step by Step, il paesaggio socialmente utile

rivista a_ n. 1, 2008

di Paolo Castelnovi 

Visto da distante, con lo sguardo di chi si occupa da molto tempo di pianificazione e progettazione del paesaggio, il Trentino brilla come l’unico territorio italiano in cui si è dato senso operativo e compiuto alle indicazioni della Convenzione europea del paesaggio. La Provincia di Trento sta attuando da almeno dieci anni la triplice strategia integrata prevista dal Consiglio d’Europa, per cui salvaguardia, gestione e pianificazione del paesaggio devono essere utilizzati come strumenti coordinati per il governo del territorio.

Certo ha contato la tradizione di fiducia nella pianificazione, con un Piano territoriale che è stato applicato e aggiornato con continuità per 50 anni; certo ha contato l’ultima versione del Piano provinciale, che sul paesaggio ha fondato le più importanti strategie di azione; certo ha contato il radicato senso identitario locale, che ha consentito una buona sussidiarietà nelle azioni di salvaguardia, che solo raramente sono state imposte dall’alto a fronte di una mancanza di responsabilità dei Comuni.

Ma soprattutto ha contato la consapevolezza degli amministratori e dei tecnici che il buon governo sta nelle pratiche ordinarie, che conta soprattutto la cosiddetta “gestione” delle trasformazioni minute, del lavorio delle migliaia di operatori che assestano e manutengono il loro territorio.

In Trentino la gestione corrente, quasi sempre coerente tra i vari settori, dall’agricoltura all’ambiente, dalla pianificazione alla formazione, ha sfatato la maledizione che persegue l’Italia da qualche remoto peccato originale che nessuno ricorda più. È la maledizione che impedisce nel nostro paese di ottenere nei fatti ciò che spesso progettiamo e pianifichiamo con buona volontà, tecnica e rigore, ma siamo poi incapaci di metabolizzarne positivamente le regole e i criteri nelle pratiche ordinarie.

Troppo spesso trascuriamo che la buona capacità di gestione non è un dono, ma è frutto di un investimento e di un lavoro di lunga lena, che si fonda su un principio antichissimo: per fare bene bisogna saperlo fare. E se i chiamati a fare bene sono le intere comunità locali e chi lavora in ogni settore, allora il saper fare diventa un tema di interesse generale, che non si può lasciare ai processi spontanei e alla competenza “induttiva”, che si spera verrebbe frequentando un ambiente dove regnano le buone pratiche.

Chi onestamente pensa a ciò che occorre ad una buona capacità di gestione del territorio deve necessariamente por mano ad un progetto sociale e istituzionale, che dia spazio a modalità sistematiche di formazione, permanente sia nel senso di interagire con persone di ogni età sia nel senso di durare nel tempo e costituire un bordone di sapere, di confronto e di discussione che percorra intere generazioni.

Dopo il 1861, unita l’Italia, per 50 anni ministri di ogni credo politico hanno firmato leggi per alfabetizzare il Paese, convinti del ruolo strutturale dell’istruzione di base per consentire a tutti (tutti!) di muoversi nella scala sociale, di partecipare ai processi di modernizzazione, di votare consapevolmente. Quella determinazione necessaria allora è richiesta anche oggi per temi importanti ma trascurati dalla cultura scolastica e dal dibattito politico, come quelli del territorio e in particolare del paesaggio.

Oggi il Trentino mostra quanto renda aver seminato per dieci anni e diffusamente una cultura del paesaggio che traversa l’opinione e le competenze dell’intera comunità, portando il tema fuori dalle secche specialistiche delle autorizzazioni e degli impatti ambientali e verso l’orizzonte aperto della responsabilità del territorio, dell’identità locale percepita come risorsa e non come hobby costoso. Sono temi che 10 anni fa erano discussi da poche decine di esperti e ora sono declinati non solo nel dibattito generale sull’amministrazione pubblica ma anche nei consiglio comunali, non solo in termini culturali e politici, ma nel concreto delle scelte locali di consumo di suolo e di caratterizzazione dell’offerta turistica.

La STEP è stata ed è lo strumento di questa strategia, che è nata sull’onda delle raccomandazioni della Convenzione europea del paesaggio, raccolte e messe a frutto nella terza versione del PUP, ma che si è dotata di linee operative e di progetto cammin facendo, inventando man mano una modalità di informazione e di formazione piuttosto innovativa.
Bisogna tener conto del dibattito politico dominante in Trentino in quegli anni, imperniato sul progetto istituzionale di dare spazio al governo del territorio alla scala intermedia, quella delle Comunità di valle, che sono certamente la dimensione più adatta per valorizzare le risorse paesaggistiche e identitarie.

L’allora neonata STEP si è indirizzata in prima battuta a dare strumenti e competenze per quel livello di governo, formando una leva di giovani tecnici sui temi della pianificazione ambientale e paesaggistica d’area vasta: un filone praticamente inesplorato anche nelle facoltà universitarie.

Quindi la prima generazione di progetti formativi della STEP è stata necessariamente sperimentale, con una ricerca di contributi necessariamente estesa a livello multidisciplinare e internazionale, chiamando necessariamente figure diverse per settore ed esperienze, per tentare un patchwork di saperi adatto a colmare le complessità di un tema poco codificato e strutturato.

Ma l’innovazione più interessante è stata certamente quella di estendere la platea dei fruitori del servizio formativo, evitando il rischio di limitare il ruolo della STEP a quello di una scuola professionale per funzionari pubblici. Si è allargato il programma ad una formazione/informazione per i tecnici pubblici e privati già attivi sul territorio, mettendo insieme agronomi, forestali, geometri, ingegneri, ambientali, geologi, storici. D’altra parte si è provata nelle scuole una forma di educazione “paesaggistica” da accompagnare a quella “civica”, coinvolgendo gli insegnanti su aspetti del tutto desueti rispetto ai programmi scolastici ufficiali, ma rivelatisi ben adatti alle ricerche che ciascuno faceva svolgere a suo modo per far lavorare i ragazzi sul senso identitario del proprio territorio.

Anche le modalità di questa fase di allargamento dell’offerta sono state sperimentali, alla ricerca di un’interattività spinta: ai relatori si è chiesta una capacità di integrazione nell’esposizione dei temi con esempi interdisciplinari e adatti al territorio in ascolto, metà del tempo degli incontri è stata dedicata a discussioni sul tema presentato ex cathedra, in molti casi si sono conclusi i lavori con laboratori progettuali.

Ne è risultato una sorta di “stile STEP” nella formazione, che progressivamente ha traversato le comunità trentine con una pluralità di contributi di diverso taglio ma mirati all’obiettivo complessivo e “politico” di accrescere in ciascuno la consapevolezza, la responsabilità e la capacità di azione e di gestione sul territorio. Ciascuno è stato coinvolto, in quanto genitore o insegnante, tecnico o produttore che a qualche titolo si occupa di aspetti territoriali, abitante che partecipa ad associazioni per la valorizzazione del proprio territorio. Ma il coinvolgimento non è stato unidirezionale, dissipativo come avviene di solito nei processi formativi (dove si semina e non si sa cosa si raccoglierà): nello “stile STEP” c’è anche una fase di ritorno, di raccolta delle competenze diffuse e delle capacità di iniziativa locale. Basta guardare le iniziative in collaborazione con l’Osservatorio come il Premio Fare paesaggio, a cui hanno partecipato, per il Trentino una cinquantina di progetti e iniziative di valorizzazione, a testimonianza della primavera in corso per il paesaggio, ormai vissuto come una competenza primaria, come leggere, far di conto o guidare l’auto, su cui si poggia un sempre più attenta capacità tecnica di interpretazione dei contesti nei progetti e nei piani.

Ormai lo sanno in molti: il Trentino ha un nuovo prodotto doc da esportare: lo stile STEP per i servizi d’appoggio al paesaggio, al territorio, allo sviluppo locale.