Press > 15 marzo 2004

A Rovereto il direttore del Boston Museum of Fine Arts

La galleria “privata” di Rogers

di Alessandro Franceschini Ieri pomeriggio il Mart di Rovereto era chiuso, come tutti i lunedì. Ma la sua piazzetta interna era fortunatamente animata da gruppi di giovani, cittadini, turisti. Merito della Biblioteca Civica, merito della cupola - sotto la quale si sta proprio bene - ma merito soprattutto della «Trento School of Management» che proprio ieri, presso l'auditorium, ha invitato la cittadinanza a partecipare ad un incontro con Malcolm Rogers per una lezione su «Organizzazione e strategie di finanziamento del Museum of Fine Arts di Boston: un museo sostenuto dal privato».

Questa grande impresa culturale è diretta dallo stesso Rogers e, come ha spiegato ieri, a differenza del nostro Mart, è a totale gestione privata. Vi lavorano 1310 persone. Ogni anno ci sono circa un milione di visitatori. E non chiude il lunedì. Anzi. Tutta la politica economica è concentrata sulla ricerca di finanziamenti privati, sul procacciamento di visitatori (studiandone le condizioni, i gusti, i bisogni), sulla “creazione di comunità”. Il museo funziona come una vera e proprio macchina da guerra. Dove il nemico da sconfiggere è il bilancio in rosso. E dove quello che vince è l'arte. E per fare questo ogni cittadino è invitato ad affiliarsi. Cioè, pagando poco più del doppio del prezzo del biglietto, a diventare «socio», e di conseguenza protagonista nelle scelte di gestione. In questo modo il museo è un po' di tutti. E gli orari continuati fino a tarda sera, gli incentivi ai gruppi più svantaggiati, le partnership con gli altri musei, diventano dei passi naturali per poter aumentare i possibili e probabili soci.

Direttore Rogers, perché è stato invitato a parlare agli studenti del master in Gestione Culturale?
Il museo che ho l'onore di dirigere rappresenta un caso significativo in tutto il panorama museale degli Stati Uniti perché è uno dei più grandi centri d'esposizione a completa gestione privata. I finanziamenti pubblici infatti coprono poco più dell'l % del bilancio. Ma non è l'unico aspetto interessante: quel museo è una vera e propria comunità dove tutti i vari soggetti sono coinvolti nella gestione e nelle scelte di pianificazione economica.

Come funzionano nella prassi questi finanziamenti privati?
E' molto semplice. Chiunque voglia finanziare il museo diventa - in un certo senso - anche proprietario di una piccola parte. Naturalmente con partecipazioni su più livelli che vanno da una quota base di affiliazione di 70 dollari fatta da singoli privati cittadini fino a cifre superiori ai 25.000 dollari quando entrano in gioco i gruppi industriali.

Quindi siete qui a proporre il vostro museo come un possibile modello per l'Italia...
La questione non è così semplice. La legislazione americana è molto diversa dalla vostra. Da noi, ad esempio, donazioni ed investimenti culturali sono deduci bili. Ecco che spesso i cittadini anziché pagare tasse preferisce donare opere o denaro ad un museo. Questo da prestigio sociale e gioca molto sull'orgoglio nazionale dei cittadini Usa. Inoltre da voi il finanziamento pubblico è molto più facile e generoso rispetto a quello che accade da noi. Questo non significa che in futuro, anche qui in Italia, non si possano aprire spazi per i privati.

Che cosa pensa del Mart di Rovereto?
L'ho visto per la prima volta in questi giorni. E una cosa straordinaria sia per quel che riguarda la struttura architettonica che per quello che ho visto esposto. La mostra sulla montagna è meravigliosa. Mi ha colpito in particolare la qualità di alcuni prestiti. Devo ammettere che Rovereto è una città molto fortunata. Una fortuna che purtroppo a fine anno ha il suo costo.

Che cosa ne pensa dei conti in rosso del Mart che intasca circa il 10% di quello che costa in gestione?
E un errore considerare il museo alla stregua di un'azienda. I bilanci in rosso sono inevitabili. Occorre però adottare delle tecniche di pianificazione economica aziendale per la sua gestione. Il museo è soprattutto un istituto di formazione e un motore di sviluppo locale.

Il Museum of Fine Arts di Boston, che Lei dirige, tra le altre cose, lascia entrare gratis i giovani fino ai 17 anni. Può essere questa una maniera di essere istituto di formazione?
Certamente. I giovani sono il futuro e soprattutto i potenziali clienti del futuro. Un altro settore importante è quello della famiglia. Stiamo cercando di favorire l'ingresso alle giovani famiglie creando spazio accoglienti per i bambini e per gli adolescenti.