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Mauro Marcantoni

Sociologo e giornalista, dal 1998 dirige l’Istituto per l’Assistenza allo Sviluppo Aziendale (I.A.S.A.) di Trento.

Luciano Hinna
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Ilaria Perusin
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La riforma obliqua

Come cambiare la Pubblica amministrazione giocando di sponda
COLLANA

Donzelli Editore Srl

Quarta di copertina

Negli ultimi vent’anni tutti i tentativi di riformare la Pubblica amministrazione in Italia sono falliti. Perché? Qual è il malanno del nostro sistema burocratico? È davvero impossibile ipotizzare una cura? Si tratta – secondo gli autori di questo volume – di un’impresa difficilissima, ma non impossibile. L’immagine che meglio racconta la situazione che ci troviamo a fronteggiare è quella della semina nel deserto, sconfinato e apparentemente così saldo nella sua impenetrabilità. Il nuovo, tuttavia, può fiorire anche in una realtà complessa e indisponibile al cambiamento. Bisogna prima seminare: per creare il potenziale di vita nascosto sotto la sabbia. E poi attendere che i vapori, trasportati da chissà dove, incrocino la corrente fredda che li trasforma in pioggia. L’imponente macchina pubblica italiana, come il deserto, non è scalfibile per editto, quasi fosse un unicum compatto e obbediente agli stimoli. Il cambio d’epoca ha bisogno di un cambio di approccio. Ha bisogno di una strategia finalmente obliqua.

Quanto compiuto finora non è soddisfacente; occorre mettere a punto un approccio nuovo fatto di norme ma anche e soprattutto di azioni in grado di assicurare la loro efficacia. Nella prospettiva di elaborare una proposta multidisciplinare e non semplificabile in sterili definizioni giuridiche, gli autori dialogano con altre importanti voci – Giuliano Amato, Cristiano Castelfranchi, Giuseppe De Rita,Massimo Egidi, Jean-Paul Fitoussi –, il cui contributo è integrato nel volume.

Emergono sette fondamentali questioni: dalla stessa definizione di Pubblica amministrazione alla difficile percezione del bene pubblico come dovere individuale, dal tema del capitale umano a quello del diritto a un «lavoro felice». Una manciata di «semi nel deserto», sette grandi temi, per iniettare nell’«organismo» della Pubblica amministrazione gli enzimi di un cambiamento virtuoso; per provare a convertire l’egoismo e la parzialità dei piccoli interessi nella generosità e nell’intelligenza delle grandi rinascite collettive.

Indice

Presentazione

Premessa. Seminare nel deserto

 

Il gioco di sponda

1. L’approccio obliquo

2. Obliquità e riforma della Pubblica amministrazione

3. Uno sguardo sull’Italia

4. La centralità del capitale umano

5. Un cambiamento possibile

6. Allineare interessi pubblici e interessi individuali

7. La metafora del biliardo

 

Sette grandi questioni per cambiare la Pubblica amministrazione

Prima questione. Il problema di cosa essere

1. Per stare al passo con i tempi

2. Il «dover essere» della Pubblica amministrazione

3. L’«essere» rispetto al «dover essere»

Il dibattito: dalla piramide alla filiera

 

Seconda questione. Bene pubblico come dovere del cittadino attore e giudice

1. Il bene pubblico come dovere individuale

2. Non più «sudditi» ma «cittadini»

3. Gli strumenti per dar voce ai cittadini: tra luci e ombre

4. Superare le barriere cognitive con obliquità

Il dibattito: il valore del coinvolgimento personale

 

Terza questione. La riscoperta della mission

1. La Pubblica amministrazione, un’organizzazione, una mission

2. Come definire e attuare la mission

3. Ancora una volta, «obliquità»

Il dibattito: puntare sulla cultura del risultato

 

Quarta questione. Agire sul cambiamento: responsabilità e accountability

1. Ostacoli al cambiamento

2. Responsabilità e accountability nella Pubblica amministrazione

Il dibattito: per una diversa cultura del potere

 

Quinta questione. Investire sul civil servant

1. La centralità del capitale umano

2. Spirito di servizio

3. Investire sul cognitivo

4. Riscoprire l’etica dei comportamenti

Il dibattito: l’esigenza di una rivoluzione motivazionale

 

Sesta questione. La dirigenza pubblica

1. L’incompiuta transizione dai compiti ai risultati e l’incapacità di programmare

2. Il paradigma del settore privato

3. Lo spoil system e la «solitudine» della dirigenza pubblica

4. Il ruolo trainante della leadership

5. Dall’arroganza a nuovi stilemi

Il dibattito: valorizzare la community of practice

 

Settima questione. Pluralità di attori e di fattori

1. Giochi obliqui e convergenze

2. I molti soggetti della Pubblica amministrazione

3. I rapporti a rete

4. Il raccordo ai vertici

5. Opinione pubblica consapevole

6. Social network

7. Un sentiero «obliquo» per allineare la riforma alla sua attuazione

Il dibattito: saldare cultura e mission

 

Considerazioni conclusive

1. Percorsi nuovi

2. Aspetti cognitivi

3. Elementi concorrenti

4. I semi della riforma

 

Due corollari

1. L’imperativo del cambiamento

2. La leva della formazione

Premessa

Seminare nel deserto

Io ho due tecniche per restare psicologicamente positivo.
La prima è che mi dico che i tempi geologici non sono i tempi della civilizzazione, che i tempi della civilizzazione non sono i tempi dei regimi politici e che i tempi di questi ultimi non sono i tempi degli uomini. Bisogna accettarlo. Se mi impegno nel progetto di trasformare la Tunisia, vecchia di quindici secoli, non posso trasformarla in venti anni. Devo dunque accettare un orizzonte di lungo periodo. Perciò non mi scoraggio, perché il mio orizzonte non è quello dei prossimi sei mesi o della prossima elezione presidenziale: è quello dei prossimi cento anni, che io non vedrò evidentemente.
E l’altra tecnica viene dal fatto che sono un uomo del Sud. Io vengo dal deserto, e ho visto mio nonno seminare nel deserto. Non so se abbiate idea di cosa sia seminare nel deserto. È seminare su una terra arida e poi aspettare. E se cade la pioggia, si farà il raccolto. Non so se abbiate mai visto il deserto dopo la pioggia. È come la Bretagna! Un giorno camminate su una terra completamente brulla e poi, piove appena, e vi chiedete come sia potuto accadere ciò che è sotto i vostri occhi: fiori, frutti […]. Tutto semplicemente perché i semi erano già lì […]. Questa immagine mi ha veramente segnato quando ero bambino. E quindi bisogna seminare! Anche nel deserto bisogna seminare!
È in questo modo che io vedo il mio lavoro. Io semino e, se piove domani, bene, se no almeno i semi sono là. Che cosa accadrebbe se io non seminassi? Su cosa cadrebbe la pioggia? Che cosa crescerebbe: le pietre? È questo l’atteggiamento che io adotto: seminare nel deserto.

 

Moncef Marzouki 
(nota su Moncef Marzouki: da un’intervista a cura di N. Bouteldja, maggio 2010)

  

Seminare nel deserto. Una metafora straordinariamente azzeccata per descrivere come può fiorire il «nuovo» in una realtà complessa, intimamente auto-riferita, indisponibile a scombinare i «precedenti», comunque titolare di privilegi pressoché intoccabili.

Una metafora provocatoriamente realistica. Obliqua, nel senso di «non aggredibile» con semplificazioni giuridiche e mediatiche che si arenano nelle secche dell’effetto annuncio, o peggio nel risentimento anti-istituzionale. Una metafora obliqua, perché giocata di sponda, nella convinzione che il fine da raggiungere sia troppo «intrattabile» per tentare di aggredirlo di punta, a tutto campo.

Il deserto è sconfinato, saldo nelle sue facce di indifferenza al tempo che corre, di sabbia che non regge il peso, di venti che spostano e rispostano le dune.

Certo ci sono le oasi. Ma sono rare, frutto di laboriose combinazioni tra natura e ingegno, comunque incapaci di rompere l’interminabile distesa arsa che le circonda.

Seminare e attendere. Seminare per creare il potenziale di vita nascosto sotto la sabbia. Attendere che i vapori, trasportati da chissà dove, incrocino la corrente fredda che li trasforma in pioggia.

L’imponente macchina pubblica italiana, come il deserto, non è scalfibile per editto, quasi fosse un unicum compatto e obbediente agli stimoli. Non è così: basta guardare gli ultimi quarant’anni di riforme mancate.

Il cambio d’epoca ha bisogno di un cambio di approccio. Ha bisogno di una strategia finalmente obliqua. Questo significa iniettare nel suo «organismo» gli enzimi del cambiamento, di un cambiamento virtuoso. In questa prospettiva, le sette questioni chiave introdotte da questo volume possono forse essere di qualche utilità. Poi è necessario attendere che piova. Attendere le scelte illuminate di un riformatore, generato da uno scatto d’orgoglio della politica. Attendere che gli effetti della crisi economica ci rendano consapevoli che riproponendo gli stessi schemi si ottengono gli stessi risultati. Come diceva Einstein, solo gli stolti si aspettano risultati diversi facendo le cose sempre alla stessa maniera. Attendere una indignazione morale e civile che non produca inutile e rabbioso rancore, ma la voglia di reagire e di cambiare pagina. Attendere un mix di tutto questo che sappia convertire l’egoismo e la parzialità dei piccoli interessi nella generosità e nell’intelligenza delle grandi rinascite collettive. Non si tratta dell’attesa che accada un miracolo che porti il nuovo, il cambiamento. Si tratta di un’attesa vigile, attenta, partecipata, alla quale si affianca un costante lavoro «di sponda», appunto. Un lavoro che aggredisca il problema da più lati contemporaneamente, e mai frontalmente; mai direttamente. Pena il già dimostrato fallimento di qualsivoglia azione messa in essere per portare l’innovazione e il cambiamento voluti.

Per pensare la riforma dell’Amministrazione pubblica italiana, c’è bisogno, quindi, di una metafora che non è stata ancora scritta. Una metafora che potrebbe, in chiave politico-burocratica, ispirarsi al Gattopardo: rimuovere l’atavica abitudine italiana di voler cambiare tutto senza fare i conti con gli anticorpi, strutturali e apparentemente inattaccabili, che inibiscono qualunque cambiamento. Tomasi di Lampedusa, nel suo illuminante romanzo, non aveva pensato a un approccio obliquo alle riforme della Pubblica amministrazione italiana, ma ne aveva colto il senso più attuale e profondo.

Non è necessario aggiungere altre parole a quanto Moncef Marzouki – ora presidente della Tunisia, dopo essere stato per anni attivista per i diritti umani – ha scritto sul seminare nel deserto. È la metafora del cambiamento, che è possibile anche se difficile. Ecco in questo libro una manciata di «semi nel deserto». Forse oggi la terra è arida e non ci sono nuvole all’orizzonte che facciano intravedere un’imminente pioggia. Eppure la semina deve continuare. Se piove domani, bene, se no, almeno i semi sono là.

Trento, marzo 2012

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