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Data di pubblicazione

25 Novembre 2025

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Viaggiare (ancora) ad Angkor: un’intervista a Renzo Garrone di RAM Viaggi

Renzo Garrone è giornalista, scrittore, documentarista e co-fondatore di RAM Viaggi, un tour operator situato a Camogli sulla Riviera Ligure, che da oltre trent’anni propone itinerari culturali e responsabili essenzialmente in Asia e in Italia, spesso lontani dalle tradizionali e più frequentate “rotte turistiche”.

RAM nasce da un’idea di viaggio “con occhi aperti”, che si fonda sull’incontro e sull’ascolto, sulla narrazione come forma di restituzione, e sulla capacità di cogliere le contraddizioni dei luoghi attraversati senza semplificarli. Abbiamo scelto di partire dalla sua esperienza di viaggiatore e organizzatore di itinerari per entrare nel cuore della vicenda della Cambogia e di Angkor in particolare e interrogarci su come le trasformazioni vissute in questi decenni possano diventare una lente attraverso cui rileggere anche altri territori, compresi quelli europei. Il suo sguardo permette infatti di connettere il vissuto personale e il bagaglio di decine di viaggi, con una riflessione più ampia, che riguarda il modo in cui i luoghi si modificano sotto la spinta del turismo e come queste trasformazioni possano insegnare qualcosa a chi oggi si interroga sul futuro delle proprie comunità e dei propri paesaggi.
Il testo che segue non è un’intervista vera e propria, ma la rielaborazione di una lunga conversazione avvenuta con Renzo, poi ricondivisa con lui. Per rendere il testo più piacevole, e sottolineare alcuni passaggi, sono stati lasciati dei virgolettati che rendono alcuni concetti più incisivi e immediati.

Cambogia in evoluzione: cosa è cambiato nel modo di viaggiare verso Angkor

Negli ultimi quindici anni la Cambogia ha registrato un notevole sviluppo infrastrutturale, soprattutto grazie agli investimenti del Governo cinese. Il nuovo aeroporto di Siem Reap – ma anche quello recentissimo di Phnom Penh – ne sono un esempio concreto. Questi interventi hanno ampliato l’accessibilità del Paese, incrementando i flussi turistici e aprendo a un turismo sempre più diversificato: dai gruppi organizzati ai viaggiatori indipendenti, fino ai grandi flussi cinesi attirati anche da fenomeni legati al gioco d’azzardo e alla prostituzione.

Il turismo cambia così non solo in termini logistici ma anche economici, ma anche nel tipo di visitatori e nell’impatto che genera. L’apertura del turismo, con tutti i servizi e le infrastrutture correlate, ha innescato una vera “febbre dell’oro”, con un afflusso massiccio di popolazione interna nelle aree turistiche in cerca di lavoro, spesso informale. Questa dinamica si è poi tradotta in una corsa agli investimenti alberghieri, nella realizzazione dei due scali aeroportuali e in altre infrastrutture correlate. «Siem Reap è da trent’anni un cantiere tra hotel e infrastrutture turistiche, ci si trasferisce lì perché c’è lavoro, ma spesso finisce in condizioni di precarietà. Ricordo una nostra guida che viveva in baraccopoli: veniva da un villaggio remoto e cercava un’opportunità nel turismo».

L’impressione generale è quella di un territorio profondamente trasformato. «Il turismo cambia la morfologia delle città: Phnom Penh oggi è irriconoscibile rispetto al 1992. È piena di grattacieli, sembra Bangkok, ma con meno cura e più disordine».

Due monete, due mondi

La circolazione parallela di dollari americani e riel cambogiani riflette una divisione tra economia locale e settore turistico. Come spiega Garrone, in un Paese dalla lunga instabilità politica e sociale, il dollaro rappresenta una “valuta rifugio” per la popolazione. «In un contesto fragile, la gente si attacca alla moneta forte. Il riel non serve a niente, il dollaro ti protegge».

L’utilizzo del riel resta marginale, spesso limitato alle transazioni quotidiane o a chi non ha accesso diretto alla valuta forte. «Tutti vogliono mettere le mani sui dollari, ma solo alcuni ci riescono. E quelli che non ci riescono restano confinati in un’economia informale».

Questo sistema favorisce disuguaglianze: chi lavora nel turismo ha accesso al dollaro, mentre chi vive ai margini — ovvero i lavoratori e le famiglie che non partecipano all’economia turistica e non ne condividono i guadagni — rimane escluso dai benefici e in una posizione di maggiore vulnerabilità economica. Inoltre, la struttura economica informale – dove scontrini e tracciabilità sono rari – rafforza dinamiche di esclusione e di concentrazione del potere economico. «L’80% dell’economia locale è informale. Ti è mai capitato di ricevere uno scontrino da un tuk-tuk? O anche da una guida? Quasi mai».

Prezzi “fissi” per turisti: una normalizzazione silenziosa

In Cambogia i prezzi dei servizi turistici – dai pasti ai trasporti, fino alle visite guidate – tendono a presentare una certa uniformità, a sembrare standardizzati. Questo non deriva da una regolamentazione ufficiale ma è piuttosto l’esito di accordi informali tra operatori locali per mantenere stabile l’offerta, garantire a tutti condizioni di lavoro sostenibili e soprattutto un certo guadagno. «Non esiste un decreto, ma nei fatti il sistema funziona così. Se non ti adegui, vieni tagliato fuori».

Questo sistema, se condiviso, può tutelare sia il lavoratore locale che l’esperienza turistica, ma presenta anche elementi ambigui: da forme cooperative legittime si può facilmente scivolare verso strutture chiuse ed escludenti, che rischiano di penalizzare chi non si conforma.

«A volte è un cartello, a volte una mafia gentile. Dipende da come viene gestito. Ma per il turista è rassicurante sapere che quel giro in tuk-tuk costa trenta dollari, non venti o cinquanta a seconda dell’umore del conducente».

Per i turisti, il vantaggio è la prevedibilità; per i residenti, il rischio è una crescente distanza tra l’economia turistica e la vita quotidiana: il turismo muove denaro e opportunità, ma spesso in un circuito separato, che poco si riversa sulla comunità locale. «Un mango al mercato costa pochissimo, ma il giro turistico costa dieci volte tanto. Questo crea una spaccatura evidente».

Angkor come monito: quali insegnamenti per altre destinazioni

Il sito di Angkor rappresenta un esempio emblematico di over-tourism e trasformazione irreversibile del territorio. Come Venezia o altre località di fama ormai internazionale, Angkor ha perso gran parte della sua atmosfera originaria, diventando una “quinta vuota” dove la dimensione locale è quasi scomparsa.

«Alle cinque del mattino o alle cinque del pomeriggio troverai sempre tre torpedoni di coreani», racconta Garrone. «È la stessa logica del Partenone o della Cappella Sistina: luoghi che valgono di per sé, autentici capolavori, ma che sempre più spesso vengono vissuti come semplici pin sulla mappa. Ad Angkor, come altrove, sembra diventare difficile prendersi il tempo necessario per dare profondità all’esperienza e inserirla in modo davvero coerente nel proprio viaggio».

Per questo motivo è necessario un approccio diverso: cercare ciò che resta “ai margini”, al di fuori degli hotspot turistici. «Una delle poche soluzioni pratiche è allontanarsi di 500 metri. Il turista organizzato non ha tempo di andare oltre: tuttavia lì puoi ancora fare un’esperienza vera». Per territori di dimensioni ridotte o che presentano maggiore vulnerabilità, come quelli di alcune zone trentine, la lezione è evidente: occorre ridistribuire i flussi, moltiplicare i punti di accesso all’esperienza e valorizzare l’incontro autentico con le comunità locali, anche oltre i percorsi consueti.

«Il turismo responsabile è possibile, ma richiede tempo. Ed è proprio il tempo a mancare alla maggior parte dei viaggiatori».

Il ruolo delle comunità locali oggi

«Se Amnesty sostiene che le persone sono state spostate per fare spazio al turismo, io ci credo (si veda il riferimento nell’articolo dedicato al turismo ad Angkor. ndr). In modalità diverse, è successo anche nel centro di Barcellona. È la stessa logica, globale[1]».

Anche se esistono casi isolati di esperienze più partecipative (come alcune Homestay ben gestite, ossia forme di ospitalità familiare in cui i turisti alloggiano presso abitazioni private, condividendo spazi e momenti di vita quotidiana con i residenti), si tratta di eccezioni difficilmente replicabili su larga scala. «In Cambogia trovare una Homestay davvero funzionante è complicato: devono essere pulite, accoglienti, ma anche vere. Ed è raro trovare tutto questo insieme».

La responsabilità, afferma Garrone con onestà, non può ricadere interamente su chi opera nel settore turistico: servirebbe un lavoro strutturale e di lungo periodo, fatto di ricerca, attivismo e ascolto diretto delle comunità. «Non possiamo fare tutto. Non ci possiamo permettere di fareinchieste, interviste, restare mesi sul campo. Noi possiamo solo fare attenzione, scegliere collaboratori sensibili, fare domande, osservare».

Il turismo responsabile resta un’aspirazione, spesso ostacolata da dinamiche globali complesse e da un modello economico centrato sul consumo rapido. «Se tutto quello che resta sono hotel, tuk-tuk e souvenir, allora il turismo ha già fallito. Ma non è detto che dobbiamo accettarlo così com’è».


[1] Nota: Il rapporto “Nobody Wants to Leave Their Home: Mass Forced Evictions at Cambodia’s UNESCO World Heritage Site of Angkor” (Amnesty International, 2023) documenta le espulsioni forzate di oltre 10.000 famiglie dall’area del sito di Angkor, dichiarato Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Il governo cambogiano ha giustificato il programma come un’azione di “rilocalizzazione volontaria” per preservare il sito archeologico, ma Amnesty ha rilevato che le operazioni si sono svolte senza consultazione, con minacce, perdita di mezzi di sussistenza e condizioni abitative precarie nei nuovi insediamenti

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