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Tempi duri, scelte difficili. I sindacati in Europa occidentale

Richard Hyman, Professore emerito in Relazioni industriali presso la London School of Economics

Rebecca Gumbrell-McCormick, Senior Lecturer in Management presso il Birkbeck College, University of London

Ida Regalia, Professoressa di Relazioni industriali presso l'Università degli Studi di Milano

Gian Primo Cella, Professore emerito di Sociologia economica presso l'Università degli Studi di Milano

Articolazione e contenuti

Da molti decenni, ben prima della Grande Recessione, in Europa i sindacati hanno iniziato a giocare in difesa. Hanno perso iscritti, a volte anche drasticamente. La loro capacità di estendere la contrattazione collettiva è diminuita, come la loro influenza sui governi. Cresciuti all'epoca del Fordismo, delle politiche keynesiane e dell'ascesa dello Stato sociale, oggi, di fronte ad un panorama irrevocabilmente diverso, in cui i governi dichiarano la loro incapacità a resistere ai dettami delle forze economiche globali e le maggiori imprese sono quasi tutte transnazionali nella proprietà o nelle strategie produttive, i sindacati sono spesso disorientati.

Sono in molti a professare incertezza sul ruolo dei sindacati nel 21esimo secolo. Alcuni osservatori si chiedono se sono ancora degli attori socio-economici rilevanti. Ma i tempi duri possono stimolare nuove idee e offrono nuove opportunità. La sfida è quella di rivedere finalità e obiettivi dei sindacati e di elaborare nuovi modi per raggiungerli. Questo può comportare scelte difficili: non tutti gli obiettivi possono avere la priorità.