Press > 20 marzo 2004

Il presidente del Centre Pompidou di Parigi ieri al Mart

di Elisabetta Curzel

È il 1970. Nel cuore della Parigi storica il quartiere di Les Halles, per generazioni sede del mercato generale, sta per trasformarsi radicalmente. Concepito da Georges Pompidou, da cui prenderà il nome, un nuovo centro culturale stupisce l'Europa per l'audacia delle forme e l'orientamento innovativo.

Non solo museo di arte moderna ma anche biblioteca e centro di disegno industriale e ricerca acustica, il Centre Pompidou (o Beaubourg, com'è chiamato inizialmente) viene plasmato dalla creatività di Renzo Piano e Richard Rogers secondo la logica dell'innovazione. Per il 1978, la nuova costruzione è pronta. Quasi trent'anni dopo, Bruno Racine (già direttore dell' Accademia di Francia a Roma, ora presidente del Centre Pompidou) illustra il cammino compiuto sinora.

Inserito nel percorso didattico del Master of Culture Management organizzato da tsm-Trento School of Management, l'incontro di ieri al Mart ha consentito di ascoltare, dalla viva voce di uno dei suoi protagonisti, la storia di una frontiera culturale tra le più rilevanti del panorama contemporaneo.

Museo, biblioteca e centro scientifico: questa l'idea che sta alla base del Centre Pompidou. Un concetto che, all'epoca, fece scalpore.
«intuizione di Pompidou, che volle un edificio culturale le cui varie parti non fossero separate come da tradizione, fu effettivamente molto moderna. All'inizio ci fu una certa resistenza, come sempre accade quando si tratta di cambiamenti; ma durò poco, zittita da un travolgente successo di pubblico. Un fenomeno che dura tuttora: siamo attestati sui sei milioni di visitatori annui».

Dei tratti che contraddistingnono i musei parigini, il più rilevante è forse l'esistenza di un network di collegamento. Come funziona questa gestione congiunta?
«Molto bene. La ''rete'' è basata su istituzioni museali dotate di un alto livello di autonomia e ferma volontà di collaborazione. Quest'ultima può verificarsi sia coordinando gli argomenti trattati dalle varie esposizioni, sia affrontando da diversi punti di vista un'unica tematica. Un esempio noto è la cosiddetta ''notte bianca'' dei primi giorni di ottobre, iniziativa lanciata due anni e coronata sinora da un'ottima risposta di pubblico. Consiste, come dice il nome, in un'intera notte di proposte culturali: ogni istituzione è libera di proporre ciò che meglio crede, ma il progetto è comune».

Folle di visitatori, programmi d'avanguardia, un credito internazionale. Nessun problema per il Centre Pompidou?
«Grandi crucci no, per il momento; ma aspetti da potenziare sì, senz'altro. La cultura tecnica, ad esempio, che non ha avuto il successo sperato. Le attività del centro di disegno industriale, settore che inizialmente aveva, risvegliato l'attenzione generale, sono state a poco a poco emarginate, probabilmente per il ruolo preponderante del museo di arte moderna. Non è stato un fallimento clamoroso, quanto piuttosto una tendenza discendente - che oggi possiamo e vogliamo rovesciare».

Alla luce dei molti anni trascorsi il1 Italia e in Trentino, ritiene il network museale un modello esportabile?
«Assolutamente sì; credo che in molte realtà europee questa sia una predisposizione già in parte sviluppata, o quantomeno in via di definizione. A quanto ne so anche il Mart ha optato per la stessa direzione, affiancando alle attività museali spettacoli un luogo per convegni e cose simili. In definitiva, per realizzare una rete serve superare la dimensione individuale, e avere la volontà di collaborare, Eventuali problemi di gestione vengono poi risolti dalle figure preposte: a Parigi esiste un funzionario pubblico, il direttore degli affari culturali, che si occupa proprio di questo. L’importante è cominciare in questa direzione; i risultati poi si vedono».